Il riverbero

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Il riverbero


Panoramica per capire meglio l'effetto riverbero

Scritto da: Gian Mario Infelici
sabato 8 settembre 2001 nella categoria: sintetizer

Premettiamo che questo articolo non ha la pretesa di formulare una tesi prettamente fisica e tecnica riguardo il mondo dell’acustica applicata, ma solamente di chiarire in maniera più o meno chiara, il processo fisico che permette al nostro orecchio di avvertire e riconoscere un suono ripetuto in brevissima distanza temporale chiamato riverbero.
Iniziamo col precisare che il suono che giunge al nostro orecchio non è mai singolo, ma composto da microriflessioni dovute alla natura architettonica dello spazio circostante, il che influenza in grande misura ciò che il nostro udito codifica e trasmette al nostro cervello sotto forma di suono.

Il primo fenomeno che analizzeremo è il così detto PRE-DELAY cioè la prima sessione di repliche di un determinato suono, che giunge al nostro orecchio, effetto grazie al quale possiamo distinguere in riverbero da un effetto Eco.
Infatti all’aumentare della distanza di ripetizione, il nostro udito tende in maniera sempre più acuta a distinguere il suono e la ripetizione come due suoni distinti. Detto in soldoni: finchè il suono e percettibile come un unica emissione, siamo all’interno del campo di interesse del riverbero; dal momento in cui l’udito distingue l’emissione come due distinti suoni in replica il campo d’azione interessato sarà quello dell’effetto fisico chiamato Eco.
Chiariamo subito che il fenomeno del pre-delay si aggira tra 5 e 100 millisecondi, questo per dare la dimensione reale dell’effetto che stiamo analizzando. Infatti per avere un eco è necessario che il suono si rifletta su un corpo elastico alla distanza di almeno 20 metri C.a. poichè il tempo compiuto dal suono per attraversare i 40 metri (andata e ritorno a circa 400 m/s) di poco superiore a 1/10 di secondo (40 m / 400 m/s = 0.1 sec), tempo necessario per distinguere il suono come una replica.

Sinteticamente ho schematizzato così:



Detto questo passiamo ad analizzare le successive sessioni di ripetizione di un suono: il fenomeno che da corpo al suono percepito è la DECADENZA che ogni ripetizione tende ad avere, lasciando che il nostro udito avverta come uniforme e omogeneo l’intera successione di riflessioni. In genere il Tempo di decadimento di un suono, oscilla tra 1/5 di secondo per una struttura architettonica modesta a 5 secondi per una struttura più complessa come potrebbe essere un anfiteatro, anche se non soltante le dimensioni vanno considerate ma anche il materiale e l’organizzazione stessa con cui la struttura è costruita.
Ma la sottolineatura principale che deve essere fatta, per quanto mi riguarda, è che tutti coloro vogliano utilizzare questo oramai insostituibile fenomeno fisico per arricchire le proprie produzioni musicali, tengano presente che l’utilizzo indiscriminato e sovrabbondante del riverbero, può dare luogo ad appiattimenti della melodia e creare una sgradevole area di incomprensibilità all’interno di sequenze musicali già troppo ricche di battute.
Quindi il consiglio che mi sento di dare è quello di analizzare previamente il brano o la parte di esso che desiderate arricchire con l’inserimento di un tale effetto, poichè se in ambienti musicali soft può addolcire l’esecuzione, all’interno di stili più duri potrebbe rovinare e addirittura diversificare la natura del brano stesso e questo sia in fase di rielaborazione post-recording che in esecuzioni live.
Un pò di riverbero fa bene al suono ma troppo lo deforma!

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