Premettiamo che questo articolo non ha la pretesa di formulare una tesi prettamente fisica e tecnica riguardo il mondo dell’acustica applicata, ma solamente di chiarire in maniera più o meno chiara, il processo fisico che permette al nostro orecchio di avvertire e riconoscere un suono ripetuto in brevissima distanza temporale chiamato riverbero.
Iniziamo col precisare che il suono che giunge al nostro orecchio non è mai singolo, ma composto da microriflessioni dovute alla natura architettonica dello spazio circostante, il che influenza in grande misura ciò che il nostro udito codifica e trasmette al nostro cervello sotto forma di suono.
Il primo fenomeno che analizzeremo è il così detto PRE-DELAY cioè la prima sessione di repliche di un determinato suono, che giunge al nostro orecchio, effetto grazie al quale possiamo distinguere in riverbero da un effetto Eco.
Infatti all’aumentare della distanza di ripetizione, il nostro udito tende in maniera sempre più acuta a distinguere il suono e la ripetizione come due suoni distinti. Detto in soldoni: finchè il suono e percettibile come un unica emissione, siamo all’interno del campo di interesse del riverbero; dal momento in cui l’udito distingue l’emissione come due distinti suoni in replica il campo d’azione interessato sarà quello dell’effetto fisico chiamato Eco.
Chiariamo subito che il fenomeno del pre-delay si aggira tra 5 e 100 millisecondi, questo per dare la dimensione reale dell’effetto che stiamo analizzando. Infatti per avere un eco è necessario che il suono si rifletta su un corpo elastico alla distanza di almeno 20 metri C.a. poichè il tempo compiuto dal suono per attraversare i 40 metri (andata e ritorno a circa 400 m/s) di poco superiore a 1/10 di secondo (40 m / 400 m/s = 0.1 sec), tempo necessario per distinguere il suono come una replica.
Sinteticamente ho schematizzato così:

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